
“Preghiamo per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Myanmar, in tutto il Medio Oriente, in Kivu, in Sudan. Tacciano ovunque le armi e si ascolti il grido dei popoli che chiedono pace”. Per l’ennesima volta il Papa lancia questo appello dalla finestra domenicale. Il vescovo di Roma è affaticato, stanco, respira male ed è visibilmente gonfio ma sa benissimo che questo è il momento di spingere sull’acceleratore morale… il mondo e le sue responsabilità. Francesco sa che da Trump possono arrivare quelle scelte strategiche e forse, anche un po’ per questa convinzione, Bergoglio tenta di rinvigorire la fiammella morale del mondo. Si rivolge principalmente al suo popolo infatti, rispetto a domenica scorsa, non nomina il popolo cristiano come intermediario del messaggio… la richiesta è implicita e cioè direttamente al popolo di Cristo. “Preghiamo per la pace nella martoriata Ucraina”, questa è una spinta lecita dopo le dichiarazioni di Putin ma soprattutto a sostegno delle dichiarazioni di Trump. Bergoglio vuole accendere i fari e puntarli nuovamente sui Capi di Stato come a dire “vostra è la responsabilità a venire”. Cita la situazione israelo – palestinese e ciò avviene dopo che il presidente israeliano ha incontrato Trump ed è stato costretto a mettere in atto la fase due del cessate il fuoco. Il Papa cita il Myanmar (Birmania) tanto per ricordare agli asiatici e soprattutto ai cinesi di togliere le mani da quell’area geografica. Per troppo tempo la Cina ha fatto il suo comodo avvalendosi di un esercito corrotto e oppressivo. La legittimità nel Myanmar è ormai un ricordo di quarant’anni fa e forse, citandola insieme alle altre guerre, il Papa chiede asilo ai sentimenti trumpiani anche per uno scempio di così vasto disinteresse. Il Papa potrebbe rendersi conto di quanto sia importante stuzzicare e appoggiare l’orgoglio politico di Trump e il fatto che dopo i dazi, il Presidente statunitense potrebbe tentare una mischia rebbystica in Asia e, magari con l’aiuto del Presidente Putin, far sganciare la Cina dal territorio che lega l’Asia al Medio Oriente. Quanta salute abbia ancora Bergoglio per combattere questa guerra non lo sappiamo anche perché, non ha condotto tutta la celebrazione dell’Angelus, a causa di una bronchite e per la difficoltà a respirare ha affidato la lettura di metà omelia al maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, l’arcivescovo Diego Ravelli. “Vi chiedo per favore di vigilare: vigilare contro la tentazione di coltivare uno spirito di guerra, vigilare per non essere sedotti dal mito della forza e dal rumore delle armi, vigilare per non essere mai contaminati dal veleno della propaganda dell’odio, che divide il mondo in amici da difendere e nemici da combattere. Siate invece testimoni coraggiosi dell’amore di Dio Padre, che ci vuole fratelli tutti e insieme camminiamo per costruire una nuova era di pace, di giustizia e di fraternità”. È lampante che questo riferimento non è solo rivolto ai Capi di Stato ma soprattutto a quella parte di Chiesa che, sia per deviazione apostolica, sia per interessi di casta, dalla guerra e i suoi sporchi traffici ne trae giovamento. La Chiesa e i suoi apostoli devono vivere la chiarezza del loro ruolo, questo è di fatto l’appello del Papa… credere per primi alla verità.
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